I Middlestein di Jami Attenberg

“I Middlestein” di Jami Attenberg è un romanzo breve, che parla di crisi familiari (e di un sacco di altre cose). La “sponsorizzazione” da parte di Franzen mi aveva inizialmente fatto dubitare se fosse il caso di acquistarlo e leggerlo, ma le recensioni positive da parte di gente di cui stimo i giudizi mi ha fatto propendere per il sì. Ho fatto bene. Jami Attenberg sa parlare di famiglie infelici in modo semplice, senza bisogno di cercare situazioni assurde e improbabili. I Middlestein sono infelici nello stesso modo in cui potremmo esserlo noi, ciascuno di noi a modo suo potrebbe trovarsi in situazioni simili o conoscere qualcuno così.
Un romanzo pieno di dipendenze e ossessioni. Edie, obesa che non riesce a smettere di mangiare perché per lei il cibo è amore. Suo marito Richard, che la abbandona dopo trent’anni di matrimonio perché non ne può più di vederla uccidersi con il cibo un attimo dopo l’altro, che non ne può più di farsi maltrattare da lei, che cerca una vita nuova a sessant’anni. I loro figli, Robin a cui piace bere e Benny, a cui piace farsi le canne. La nuora Rachelle, ortoressica ed esageratamente perfezionista, votata alla causa di salvare Edie dall’autodistruzione. I gemelli tredicenni Josh e Emily, la loro adolescenza piena di interrogativi.
C’è tantissimo cibo e non c’è mai nessuno che cucina, in questo romanzo (tranne in un unico momento, quasi alla fine del romanzo), popolato di personaggi imperfetti e per questo bellissimi, che cercano affetto a modo loro, a volte esigendolo (Richard e tutti i suoi appuntamenti di una sera), a volte non sapendo come chiederlo, rifugiandosi nelle soluzioni più a portata di mano (Robin) o nel dire sempre di sì e non fare niente (Benny), come facciamo tutti noi, nelle nostre vite reali.
La scrittura di Jami Attenberg è semplice e lineare, ci porta dentro la vita e la mente di ciascuno dei personaggi, aiutandoci a non giudicarli ma solo a voler bene, come se fossero parte della nostra famiglia.

Stoner di John E. Williams

stonerHo letto in giro tante recensioni di Stoner, che è stato il caso editoriale del 2012 (io arrivo sempre tardi sui casi editoriali, stavolta si può dire che non è neanche andata malissimo, in genere faccio peggio) e devo dire che non tutte le ho capite. C’è stata gente che si è identificata nel protagonista, arrivando ad affermare cose tipo “Stoner sono io” (il che mi è sembrato presuntuosissimo), c’è stato chi ha parlato del protagonista come un perdente, un ignavo, uno che non fa niente per migliorare la sua vita.
A me personalmente non è sembrato.
Questa, in soldoni, la trama: il ragazzo Stoner viene mandato dai genitori (poveri) all’università a studiare agraria, con l’intento di fargli imparare teorie e tecniche che possano migliorare la coltivazione del loro disgraziato pezzetto di terreno. Lì ha un colpo di fulmine per la letteratura, cambia corso di studi e diventa insegnante. Si sposa con una donna che non lo ama, che fa di tutto per renderlo infelice e con cui avrà una figlia e, ad un certo punto della sua carriera si inimica un professore molto potente che farà di tutto per rendergli la vita difficile. Nel corso di questa vita, tutto sommato normale, Stoner mantiene un’integrità davvero sorprendente. E’ retto, non è mai meschino, non si approfitta di nessuno anche quando potrebbe, non si racconta bugie, rimane sempre fedele a se stesso e a ciò in cui crede.
E’ vero, non è un eroe, anzi. Ma non è squallido, non è un cialtrone, non è il personaggio che cerca la scorciatoia.
Io a Stoner mi sono affezionata moltissimo, quasi come a una persona vera, avrei voluto fosse il mio insegnante di letteratura (che poi io non ho nemmeno studiato letteratura, ho fatto il perito aziendale).
E poi, onestamente, i lettori che denigrano il protagonista non li capisco mica. Ma questo è un altro discorso.
Il fatto è che Stoner è scritto benissimo. Williams ha uno stile tale da far rivivere i personaggi dentro il lettore. Era facile immaginarseli, talmente autentici che mi sono sembrati tutti veri, dal giovane amico alla moglie detestabile, un compendio di umanità sorprendente.
Stoner è stato finora il romanzo migliore del 2014.

Per la quasi dimenticata rubrica “il giovedì del prodotto dimenticato” (assicuro però che il fatto che io non ne parli non significa che io non continui il mio buon proposito), il prodotto di oggi è la cialda “Quadrifoglio” della palette Scurissimi di Neve Cosmetics. E’ davvero un punto di verde scuro molto bello, che ho usato per la piega e l’angolo esterno dell’occhio, leggermente polveroso e un po’ paciugoso da sfumare. Tuttavia sono soddisfatta di averlo ripescato, cercherò di inserirlo in altri trucchi prossimamente.

Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti

ImmagineVi piacciono i racconti? A me sì (se sono bei racconti, ovvio). Preferite i romanzi? Vorreste approcciarvi a buoni racconti, ma temete l’effetto “già finito”?

In questo caso “Sofia si veste sempre di nero” di Paolo Cognetti è il libro giusto per voi. Si tratta infatti di una raccolta di racconti che hanno tutti per protagonista Sofia, dapprima bambina, poi adolescente problematica, poi donna irrisolta. I racconti non seguono un ordine cronologico, saltano avanti e indietro nella vita di Sofia e la inquadrano da differenti angolazioni: il padre distratto, la zia politicamente impegnata, la coinquilina materna. Cambiando l’angolazione, Cognetti cerca di cambiare un po’ anche lo stile di scrittura, riuscendoci in parte. Lo stile è comunque l’aspetto migliore del libro: Paolo Cognetti scrive benissimo, la sua prosa riesce ad essere leggera pur utilizzando metafore vivide e azzeccate e tiene il lettore avvinto ad una trama (volutamente?) inconsistente e poco originale, per di più con una protagonista alla quale è difficile affezionarsi.
Ora sembrerà da queste righe che ho scritto che questo libro non mi sia piaciuto. In realtà lo considero una delle migliori letture del 2014 (fino ad oggi, ovviamente) e lo consiglio spassionatamente. Ne ho già regalata una copia, per dire.

Non aspettatevi il capolavoro. Ma un buon libro sì.

La fattoria dei gelsomini

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Ce li avete voi gli “autori rifugio”? Quegli scrittori a cui tornate fiduciosi quando qualcosa non va nel vostro percorso di lettura, vi incagliate, inciampate in una sfortunata serie di libri meh e avete timore di incappare nell’ennesima delusione? Io ne ho alcuni, a seconda del tipo di lettura che voglio fare.
Elizabeth von Arnim è (era?) per me un’autrice rifugio per le letture di intrattenimento. Mi capita a volte (ultimamente spesso) di aver bisogno di letture leggere, non particolarmente impegnative, che mi coinvolgano facilmente anche in momenti in cui la testa vaga altrove e nella fattispecie in pensieracci tetri. Tuttavia in genere non mi soddisfano i “bestselleroni” voluminosi con copertine cartonate, angoli pungenti e immagini apocalittiche (o smielose) in copertina. Quando dico intrattenimento intendo ironia garbata, senso dell’umorismo, personaggi credibili, una prosa valida e una trama appassionante. Elementi che in genere si trovano nei romanzi della von Arnim e complessivamente nella letteratura di intrattenimento della sua epoca, quando saper scrivere era ancora un elemento imprescindibile per la letteratura anche di svago e non come oggi che la narrativa di intrattenimento fa spesso e volentieri a pugni con grammatica, sintassi e buon senso.
In questo “La fattoria dei gelsomini” c’è quasi tutto quello che cerco, ma non tutto. Manca quella “prosa tesa” sbandierata dalla casa editrice sul proprio sito. Con l’espediente di presentare i protagonisti del romanzo, la von Arnim li fa sedere attorno ad un tavolo da pranzo, davanti al dessert. Nella testa di ciascuno di loro fioriscono lamentele per quella sfogliata di uva spina acerba e bollente che li farà star male. Per oltre 40 pagine (su circa 300) i protagonisti non fanno altro che rimuginare sulla sfogliata (o crostata?) di uva spina. Uno strazio. Lo svolgimento del romanzo è lentissimo, ci mette quasi 200 pagine per arrivare al nocciolo della questione. E quando finalmente succede qualcosa (non dirò cosa, per non rovinare la sorpresa, anche se sulla quarta di copertina c’è praticamente tutta la trama) e l’azione si attiva, il lettore comincia a divertirsi, ciao, il romanzo è finito. Ma uffa.
“La fattoria dei gelsomini” contiene molti degli aspetti caratteristici della von Arnim. I personaggi sono ben tratteggiati e corrispondono sicuramente a soggetti tipici del suo tempo, dalla signora perbene all’arrampicatrice ingenua, fino alla bellissima cretina. Anche la fattoria, ovvero “il luogo nel Mediterraneo che grazie ai suoi benefici influssi risolverà tutte le magagne” è un dettaglio tipico dell’autrice, anche se sviluppato molto meglio in “Un incantevole aprile”, romanzo da cui consiglio di partire se si vuole conoscere questa autrice. A proposito, quest’ultimo titolo è in offerta a € 3,99 sul sito di BookRepublic (e penso in tutti i rivenditori di ebook), vale la pena di approfittarne. Le edizioni Bollati Boringhieri sono molto curate quanto a traduzione e impaginazione e non si trovano fastidiosi errori di battitura, si meritano la spesa.
Ho in libreria altri due titoli della von Arnim che aspettano di essere letti: “Vera” e “Una principessa in fuga”, spero che siano un po’ più vivaci di questo. Voi li avete letti?

Avete degli autori rifugio? Quali sono?

Sophy la Grande

Dicembre è stato un mese terribile. Lo è ancora, sotto molti punti di vista (tipo che devo cucinare io il pranzo di Natale e sono nel mood “non voglio vedere nessuno andatevene tutti”). A parte alcune questioni strettamente personali e davvero poco gradevoli, ho lavorato come una disgraziata. Il mio rapporto con il blog era “quale blog?” e più volte ho pensato di chiuderlo per abbandono.
Poi, quando si sono calmate leggermente le acque ho trovato nell’ultimo post un commento di “Dramanmakeup” che affermava di sentire la mia mancanza. Mi sono quasi commossa, sono passati alcuni giorni, ma in ognuno di questi, benché fossi oberata, non ho smesso di pensare che dovevo ringraziarla.
Ho aperto questo blog da pochi mesi, lo curo peggio di un Tamagochi eppure ci sono persone davvero carine che passano a vedere come sto e a dire che sentono la mia mancanza, anche se non mi hanno mai vista in faccia (non sarà per quello?). Tutto questo è davvero bello.
Drama, questo post è tutto per te, il libro tra l’altro potrebbe anche piacerti. Io l’ho adorato.

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“Sophy la Grande” è la storia della giovane Sophy, intraprendente, brillante, indipendente, che irrompe nella famiglia dei cugini portando scompiglio. Nel tentativo di riportare la serenità là dove si sono creati malumori coinvolgerà se stessa e tutti i parenti nelle più disparate avventure, fino al rocambolesco epilogo.
Ho inserito la lettura di questo romanzo in quella di uno parecchio impegnativo e che mi annoiava molto e mi ha fatto riprendere il gusto dei libri. La trama può sembrare a volte eccessiva e alcuni personaggi sono caricaturali, ma è tutto così leggero e spassoso e mi sono talmente divertita da perdonare tutti i difetti.
Naturalmente si tratta solo di un romanzo di intrattenimento. Ma con tutti gli scartafacci di presunto intrattenimento con cui può capitare di imbattersi, questa è davvero una boccata di aria pura.
Credo proprio che non mi lascerò sfuggire gli altri romanzi di Georgette Hayer che mi capiterà di trovare.

Il ponte di San Luis Rey

A luglio sto leggendo poco ma buono.
Un paio di anni fa, su anobii, ho partecipato ad un divertente progetto che cercava di riassumere la letteratura USA dal 1901 a oggi in 50 titoli. Poi non ce l’abbiamo fatta a ridurre così tanto: siamo arrivati a mi pare 98 titoli, ma è stato un lavoro stupendo, istruttivo, interessante e piacevolissimo.
Nel lavoro preliminare avevamo suddiviso il periodo in decenni e io ho curato il lavoro di scrematura degli anni Venti. Mi è piaciuto da matti. E’ stato grazie a quel progetto che ho letto “Il grande Gatsby” (dopo aver letto anni prima “Tenera è la notte” non pensavo che io e Fitzgerald avremmo avuto ancora qualcosa da dirci. E invece). E’ stato grazie a quel progetto che ho letto romanzi buffissimi come “I gentiluomini preferiscono le bionde” e “Ma i gentiluomini sposano le brune”.
Nella decina di titoli che uscì da quel decennio, grazie al contributo di gente che ne sapeva (e ne sa tuttora) ben più di me, c’era anche “Il ponte di San Luis Rey”. Era un romanzo introvabile, incappai in una vecchissima copia al santo Libraccio dei Bastioni diversi mesi fa e me la portai a casa tutta contenta.
Ho finito di leggerlo da poco e se ne parlo è perché la casa editrice Elliot Edizioni ne ha fatto una nuova edizione di recente (non sarei così crudele da esaltare un libro introvabile).
ponte_sanluisrey In breve, questo romanzo racconta di un ponte alla periferia di Lima, che nel 1700qualcosa, crollò mentre alcune persone lo stavano attraversando. Chi erano queste persone? Perché Dio decise che dovevano morire in modo tanto eclatante? Cosa stava per succedere nelle loro vite?
I personaggi che muoiono nel crollo del ponte sono delle personalità abbastanza in vista nella vita sociale peruviana dell’epoca e in un modo o nell’altro sono tutte collegate tra di loro.
Questo che vi ho accennato è solo lo spunto del romanzo, in verità in queste pagine si parla soprattutto di relazioni umane, di come e perché ci si vuole bene e comunque ci si sbaglia.
E’ un romanzo sulla morte, ma anche e soprattutto sulla vita e la conclusione fa pensare che forse sì, davvero tutto accade per una ragione.
E’ un romanzo bellissimo, vale la pena di superare il primo rognoso capitolo e immergersi nelle vite di questi personaggi meravigliosi.

Un’ultima annotazione. Difficilmente giudico un romanzo dall’equazione prezzo di copertina/numero di pagine. Tuttavia a me sembra che € 16 euro siano un po’ troppi per un romanzo di 151 pagine, anche se la Elliott è una piccola casa editrice curata e la traduzione è stata rifatta (per fortuna, perché ce n’era bisogno).
Ad ogni modo il romanzo è valido, molto più di tanti altri ammassi di parole molto più costosi.

Paris-Brest

A volte mi capita di comprare dei libri senza saperne bene la ragione. Sono magari romanzi finiti nella mia wish-list perché ho letto qualche recensione interessante, perché un’amica me ne ha parlato bene, perché chissà. Per esempio non ho la più pallida idea del perché Paris-Brest fosse nella mia wish-list, forse perché è il nome di un dolce o di un’importante corsa ciclistica, fatto sta che l’avevo visto una volta al Libraccio e avevo deciso di non comprarlo. Poi non l’ho più rivisto per un po’ e quando mi è ricapitato sotto mano alla fine me lo sono portato a casa. Non avevo neanche la più pallida idea della trama.
In genere, quando compro i libri a caso sono molto fortunata.
Paris-Brest mi è piaciuto tantissimo.
ImmaginePer farla breve, Paris-Brest è la storia di una famiglia in cui stringi stringi non si salva nessuno. Dalla nonna che anche in tarda età non si lascia sfuggire l’occasione di sposarsi per soldi, alla madre che bada solo alle apparenze e non sa voler bene a nessuno. Dal padre, sospettato di un ammanco di 14 milioni dalle casse della locale squadra di calcio, al figlio che l’occasione e le cattive amicizie faranno ladro.
Non c’è redenzione per nessuno in questo romanzo e non bastano le apparenze a tenere unita una famiglia nella quale non c’è collante alcuno nemmeno a Natale.
Queste centocinquanta pagine sono scritte benissimo e si leggono tranquillamente in una giornata in spiaggia (anche se il clima del romanzo è terribilmente invernale). 
Mi è venuta una gran voglia di leggere altro di questo autore francese: gli altri suoi romanzi non si trovano facilmente, ma ora so perché sono nella mia wish-list e non me li lascerò sfuggire se mi capitano sotto mano.

Storie Ciniche

Chi mi conosce lo sa: W.S. Maugham è il mio scrittore preferito. Penso che potrei passare ore piacevolissime anche a leggere i suoi pensierini delle elementari.

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Per mia fortuna ha scritto moltissimo e sono grata ad Adelphi che ogni anno fa uscire un titolo nuovo. L’unico appunto che mi sento di fare all’apprezzatissima casa editrice è che lui scrisse anche moltissimi romanzi, sarebbe gradito che venissero ripubblicati anche quelli, invece delle continue raccolte dei pur pregevoli racconti.
Ecco, a proposito di racconti, “Storie Ciniche” non mantiene lo stesso livello lungo tutta la raccolta, ma un paio di questi sono autentici capolavori. Dalla giovane mantenuta che riesce a girarsi attorno al dito un uomo molto più anziano di lei, a “Jane” (in assoluto il mio titolo preferito di tutta la raccolta), nel quale una scialba donna di mezza età riesce a diventare il fulcro della vita mondana grazie ai particolarissimi abiti che il giovane marito disegna appositamente per lei. Magari anche il mio giovane marito fosse in grado di disegnare per me abiti di grande personalità!

Ma la vera virtù di questi racconti sta nei personaggi. La loro sfaccettatura, la personalità anche di quelli secondari (l’amica del commensale che racconta la storia della collana scambiata è strepitosa), l’immancabile maldicenza, il gusto spietato del pettegolezzo, li rendono incredibilmente autentici, vivi, vicini a noi. Quelli li ho davvero amati tutti (tranne uno, davvero insipido), in alcuni casi molto di più delle loro storie.

Gli uomini della sua vita

uominidellasuavitaQuando è uscito, ho cercato questo libro dappertutto. Tutti quelli che l’avevano letto ne parlavano bene e il fatto che fosse stato introvabile per anni ne aumentava il fascino. Poi l’ha ripubblicato Minimum Fax (sempre sia lodata), per la gioia di noi tutti. Io però non volevo il libro di carta, volevo l’ebook. L’ebook c’è, ma, a parer mio, ha un prezzo proibitivo. Non può costare € 8,99 un libro che in fondo è solo una ristampa. Senza la stampa, per giunta. Così ho aspettato un po’, è arrivato il mese delle offerte degli ebook di Minimum Fax. Ogni giorno andavo su Bookrepublic a vedere se fosse in offerta e alla fine l’ho trovato a € 4,99, che per un ebook in offerta non è proprio poco, ma poteva andar bene.
Comprato e letto praticamente quasi subito, che non è cosa da poco, visto che ho un parco libri da leggere imbarazzante.
Ma veniamo al libro.
“Gli uomini della sua vita” è una raccolta di racconti, tutti con la stessa protagonista e con un filo conduttore che in qualche modo li lega tra loro. La storia, fondamentalmente, è quella di una giovane donna che si mette in una serie di pasticci sentimentali, nella New York degli anni Trenta.
Ora, non fatevi fregare: NON è una sorta di “Sex and the City” ante litteram. Intanto la protagonista è comunista dichiarata: nei racconti si parla di Trotzky, Stalin e di stampa indipendente americana. Poi c’è la questione della sua infanzia infelice, la sua insicurezza cronica nonostante i suoi mille talenti. E qui (almeno per me), è impossibile non identificarsi. Infine c’è una sensibilità tale, un senso dell’umorismo così sottile, che si finisce per commuoversi.
Meg Sargent è indubbiamente uno dei personaggi più belli della storia della narrativa.
Se ha un difetto questo libro, è che spesso la tira in lungo. Alla fine il lettore resta stremato dalla lungaggine dell’autrice e vorrebbe dirle: “Va bene, basta, ho capito”. Una bella sforbiciata qua e là avrebbe certamente giovato.

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Abbiamosemprevissutonelcastello

Due giovani sorelle vivono isolate con lo zio invalido, in una grande casa di una grande tenuta. Sono le uniche sopravvissute all’avvelenamento della famiglia, avvenuto sei anni prima. Vivono una quotidianità fatta di tanti piccoli rituali irrinunciabili, fino all’arrivo di un cugino che sconvolgerà per sempre le loro esistenze.
Si tratta di un romanzo avvincente e terribilmente inquietante, fatto di piccoli e grandi orrori, perfetto e straniante come un film di Hitchcock.